È POSSIBILE OGGI IN PSICOLOGIA PENSARLA IN MANIERA DIVERGENTE?

E SE SÌ, A COSA SERVE?

I parte (disgraziatamente c'è anche la seconda)

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È possibile oggi in Psicologia pensarla in maniera divergente? E se sì, a cosa serve? (parte 1)

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Riflessioni di uno psico...........(bio)logo
drago

Psicologia, psichiatria, psicoterapia, psicofarmaci, psicoanalisi, psicodiagnosi, psicopatologia psicoqualchecosa.... è un bel pò di anni che mi muovo all'ombra di questi termini, cercando di capire, nonostante il velo prodotto da queste parole, qualche cosa della sofferenza umana, della paura e del dolore del vivere, della paura di avere paura di chi soffre di attacchi di panico, del disprezzo per se stesso di chi mangia in maniera compulsiva, da solo, e poi magari vomita, in pratica vomitando se stesso, del baratro lungo il cui bordo camina il depresso, ogni tanto magari buttandocisi fisicamente di sotto, dei rituali assurdi ---ritenuti tali dall'interessato--- cui è costretto l'ossessivo, in pratica e per non farla troppo lunga, dei mille modi con cui le persone riescono a farsi del male nel tentativo di evitare di sentire il male del vivere.

Perchè poi al fondo si tratta sempre, anche se in modi diversi, proprio di questo:

farsi del male allo scopo di non sentire male.
bonk

A prima vista è tutto assolutamente chiaro, basta prendere il DSM IV (ampiamente citato in www.Psicos.org) per capire tutto quello che c'è da capire, per sapere tutto quello che c'è da sapere.

Ma saputo questo, imparata la classificazione dei vari disturbi psicologi come ti fanno fare nelle facoltà di Psicologia e magari conosciuti in dettaglio i test Psicologici più idonei per ogni patologia, strumenti raffinati che ormai riescono a fare luce in qualsiasi zona d'ombra della psiche umana, cosa fare per la sofferenza umana? Confesso che pur apprezzandoli, stimandoli e forse un poco anche invidiandoli per la loro completezza, per le loro diagnosi attente e precise, per le loro capacità di classificare la sofferenza della persona che hanno di fronte, dando un nome a questa sofferenza, collocandola in una precisa categoria diagnostica del DSM IV e magari misurandone l'entità con valore numerico, a volte rimango perplesso. E allora?

Certo, una diagnosi accurata è la premessa indispensabile per poter cominciare una qualche forma di terapia ---- questo lo so perfino io che sono uno psicologo ignorante----. Per fortuna, però, in quanto a terapie non esiste altro che l'imbarazzo della scelta.

Possiamo ricorrere agli psicofarmaci, strumenti ormai raffinatissimi in grado di modulare in maniera esatta tutta la chimica del cervello (si, lo so, questa è un'espressione un pò grezza, si dovrebbe dire che agiscono sui neurotrasmettitori, come ad esempio il buon vecchio Prozac che agisce sul re-uptake della Serotonina o, tradotto in italiano, funge da antiricaptatore della Serotonina negli spazi intersinaptici, a livello ipotalamico, o almeno mi sembra che la cosa stia così).

(Detto per inciso e quasi di nascosto, che altrimenti qualcuno si arrabbia, faceva più o meno lo stesso effetto anche quel presuntuoso dell' iperico (Hypericum perforatum) chiamato erba di S.Giovanni, che, essendo un'erba, aveva il brutto vizio di non essere brevettabile e di essere venduto anche in erboristeria (o magari uno potrebbe anche andarselo a cercare nei prati e non pagarlo nulla!!!!). Poi qualcuno se ne è accorto ed ora l'iperico che si trova in commercio è talmente diluito che non funziona più. Alla faccia di quelli che vogliono curarsi con le erbe, come ai tempi delle streghe (che infatti spesso venivano bruciate proprio per questo, ma anche oggi la F.D.A americana non ci va molto lontana). --- Chi volesse saperne di più e non si accontenta di quello che vogliono farci credere le aziende farmaceutiche, può consultare uno dei migliori libri di Fitoterapia: Fitomedicine e nutrienti. di Piergiorgio e Annamaria Pietta, ediz.Giuseppe Maria Ricchiuto- 1996, Bussolengo (Vercelli).----

Ne ho conosciuti tanti di depressi, di ossessivi, di ansiosi, di anoressiche, di bulimiche più o meno vomitatrici che venivano curati con un bel cocktail di psicofarmaci -- una compressa rosa, due bianche e tre gialle e si torna a vivere bene--. Mi rimane solo un dubbio.... non ne ho mai conosciuto uno che sia guarito con questo sistema (chissà......forse ho conosciuto solo quelli incurabili).

Se poi si ha qualche dubbio sul ruolo degli psicofarmaci, si può visitare un interessante sito che apre la porta di molte informazioni: http://www.newstarget.com/021430.html. Si, si possono imparare alcune cose interessanti sulle aziende farmeceutiche e non solo.

Ci sono poi le psicoterapie, ma quale scegliere?

Se le si studiano con un poca di attenzione, con occhio critico e senza farsi ingannare dalle apparenze, ci si accoge di una cosa assolutamente straordinaria e, secondo me, veramente meravigliosa: funzionano tutte. E allora come fa il nostro povero depresso, ansioso, compulsivo, ossessivo, anoressico, bulimico, vomitatore, stancodistaremale, a scegliere?

Confesso che non sono in grado di consigliarlo, eppure lo dovrei.

Certo, il nostro di cui sopra potrebbe rivolgersi alla classica ed intramontabile Psicoanalisi, del grande vecchio S.Freud freud
jung
o a quella di un qualche suo allievo della primora, quale il buon e sempre affascinante C.G Jung.

Probabilmente prima o poi potrebbe scoprire che la sua psicopatologia (qualunque essa sia) è il prodotto di conflitti incosci, dovuti al fatto che la nostra mente o psiche è divisa fondamentalmente in tre componenti principali l'Es, l'Io ed il Super Io, che tra l'altro, oltre a convivere tutti e tre assieme nello stesso individuo, sono anche un pò parenti e quindi a volte, come capita spesso in queste situazioni di convivenza tra parenti, finiscono con il combinare dei casini che si ripercuotono poi sulla vita e la felicità di chi, suo malgrado, li ospita, ovvero il nostro.

L'Es, presente alla nascita, contiene tutti gli impulsi fondamentali cioè quelle spinte essenziali quali la fame, la sete, la ricerca del calore, del benessere, il bisogno di dare e ricevere affetto e, perchè no, anche la voglia di fare sesso. L'Es è un pò birichino perchè cerca la gratificazione immediata (tutto e subito) seguendo il cosiddetto principio di piacere. Il problema è che se l'Es, nella sua ricerca del piacere, non riesce a trovare soddisfazione, comincia ad entrare in tensione e magari reagisce malamente; purtroppo l'Es è inconscio ed il nostro non lo sa.

Per secondo emerge, dai meandri della Psiche con un processo quasi di gemmazione dall'Es, l'Io. Per fortuna che l'Io è prevalentemente conscio e, a differenza dell'Es, che magari si gratifica sognando, è capace di fare i conti con la realtà. Pur essendo fratello minore, l'Io si rende conto che se si agisse sempre secondo il principo di piacere, come vorrebbe l'Es, si potrebbe in molti casi andare incontro a grossi guai. L'Io, saggiamente, agisce in base al principio di realtà, mediando tra le gratificazioni immediate perseguite dal fratello maggiore Es e la dura realtà della vita.

Sembrerebbe tutto a posto, ma non è così. A complicare le cose, durante l'infanzia del nostro, si sviluppa dall'Io il Super -Io, più o meno come l'Io si era sviluppato dall' Es.

Dei tre fratelli, il Super-Io è il più duro, dato che rappresenta la nostra coscienza morale che ci farà diventare degli adulti modello. Se è gratificante fare la pipì a letto quando mi scappa, devo purtroppo fare i conti con il fatto che, così facendo, i miei genitori si arrabbiano. Se voglio essere amato, dovrò pian piano accettare il fatto che la pipì deve essere fatta nel vasino.

Certo che se uno dei tre fratelli Es, Io e Super -Io non è venuto bene (troppo grande o troppo piccolo, ad esempio) e non riesce ad accordarsi con gli altri due, nascono i problemi, ovvero il nostro finisce nella patologia mentale e quindi sta male.

A onor del vero, dai tempi di Freud la teoria e la pratica Psicanalitica hanno subito molte modifiche e revisioni, anche perchè la Psicanalisi è andata allargandosi in mille rivoli ed in mille scuole divergenti per qualcosa.

In linea di massima e sicuramente commettendo delle omissioni delle quali mi scuso in anticipo con gli psicanalisti, una delle tecniche fondamentali per far fronte alla sofferenza umana è quella delle libere associazioni.

Questo in pratica vuol dire che il paziente, disteso sul lettino senza vedere lo psicanalista che siede pensoso dietro di lui, viene da quest'ultimo incoraggiato a dare libero corso ai suoi pensieri.

In questo modo l'incoscio potrà pian piano affiorare e si potranno superare le difese costruite in tanti anni.

psicoan
sleepy
Il nostro potrebbe invece rivolgersi al Comportamentismo, secondo il quale il comportamento patologico (come l'ansia, l'abbuffata, il vomito autoindotto, l'attesa di una disgrazia immanente ma priva di qualsiasi giustificazione, la non voglia di vivere, la mancanza di autostima e quant'altro), viene appreso esattamente come vengono appresi tutti i comportamenti umani.
Uno dei 2 padri di questa scuola è il premio Nobel russo I. Pavlov,
pavlov
anche se, ad essere sinceri, il grosso del lavoro, quello più fastidioso e pesante, fu svolto dai suoi cani, di cui purtroppo non conosco i nomi, scusandomene con i miei lettori
Il cosiddetto condizionamento classico fu scoperto da Pavlov in maniera accidentale. Pavlov si accorse che se si dava a dei cani della carne in polvere, questo stimolava la salivazione, fenomeno per altro ovvio.

La scoperta consisteva nel fatto che dopo un pò di volte che avveniva questo, i cani cominciavano a salivare solo al vedere la persona che di solito portava loro la carne, indipendentemente dal fatto che la carne ci fosse o meno. Approfondendo l'argomento -- scoperto grazie all'evidente spirito di iniziativa dei cani-- Pavlov si rese conto che il cane poteva venir condizionato a salivare anche solo associando alla carne il suono di un campanello o l'accensione di una luce.

Il funzionamento classico funziona ovviamento anche negli umani e si scoprì che, oltre a far venire l'acquolina in bocca, cosa per altro rispettabile, poteva anche servire ad instillare una paura patologica.

Fu così che due epigoni di Pavlov, J. Watson e R. Rayner, fecero in un primo tempo vedere ad un bambino piccolo, il povero Albert, una cavia da laboratorio, ovvero un simpatico topolino bianco. Ad Albert il topolino piacque subito e ci avrebbe giocato volentieri, ma i due, tutte le volte che Albert provava a toccare il topolino, producevano un rumore che spaventava il bambino. Dopo sole cinque volte che succedeva questo, il povero Albert associò il topolino al rumore spaventoso e così, quando in seguito gli venne presentato il topolino, si spaventò e non ne volle più sapere di giocarci.

Fu la fine di quella che avrebbe potuto essere una splendida amicizia tra Albert ed il topino.

topo
Sempre con i topi lavorava l'altro padre del Comportamentismo, B.F. Skinner, che introdusse il condizionamento operante, detto così perchè si applica a comportamenti che operano sull'ambiente. In pratica un topo affamato viene posto in una gabbietta apposita, la Skinner box, dotata di una leva, che, se premuta, aziona un meccanismo che fa cadere una pallina di cibo dentro la gabbia.
skinner

All'inizio il topo aziona casualmente la leva, ma presto associa le due cose e comincia ad azionare la leva volontariamente, tutte le volte che ha fame.

All'epoca qualcuno sostenne, forse malignamente, che non fu Skinner a condizionare il topo ad azionare la leva quando aveva fame, ma che fu il topo a condizionare Skinner a dargli da mangiare tutte le volte che lui azionava la leva.

Francamente non saprei dire quale delle due interpretazioni scientifiche sia quella più vera, anche per la grossa stima che ho sempre avuto dell'intelligenza dei topi. Ma, mi obbietterà a questo punto il nostro, anche se a volte mi sento come un topo in trappola, che c'entro io con i topi?

Ebbene, grazie al paradigma comportamentista, ed in particolar modo grazie al contributo dato da cani, topi ed altri animali non umani, sono state sviluppate varie tecniche terapeutiche usualmente chiamate terapie comportamentali e modifiche del comportamento.

Anche in questo caso mi scuso in anticipo con i comportamentisti per le omissioni.

In linea di massima, visto che la patologia deriva, secondo i comportamentisti, da un apprendimento (condizionamento), la terapia dovrà consistere in un controcondizionamento o ri-apprendimento. Questo concetto è alla base della desensibilizzazione sistematica, in cui, ad esempio una persona che soffre d'ansia, compila, con l'aiuto del terapista, una lista delle situazioni più temute partendo dalle meno ansiogene su su fino a quelle più ansiogene. (Mi sono sempre chiesto se già fare questo non sia sufficientemente ansiogeno....).

Allo stesso tempo la persona viene addestrata ad una tecnica di rilassamento e, mentre è in questa condizione, le viene chiesto di immaginare le situazioni ansiogene. In questo modo il paziente dovrebbe divenire via via più capace di sopportare situazioni via via più difficili. Altra tecnica è il condizionamento aversivo, utilizzato ad esempio per ridurre la voglia di fumare o per contrastare l'uso delle droghe.

In pratica lo stimolo piacevole (la sigaretta o un'altro tipo di droga) viene associato ad uno stimolo spiacevole, come ad esempio una scarica elettrica sulle dita. Se il nostro sopravvive alle scariche elettriche, dovrebbe smettere di fumare o comunque di drogarsi, sempre che la tensione ingenerata dalle scariche elettriche non gliene faccia invece venire più voglia. L'unico dubbio che mi rimane è se preoccuparmi più dell' equilibrio psichico del paziente o di quello del terapeuta che gode nel somministrare scariche elettriche ai suoi simili.

Se questi sistemi non lo convincessero, il nostro potrebbe comunque rivolgersi al Cognitivismo, che si occupa di come persone ed altri animali strutturano le proprie esperienze, ne traggono un senso e mettono in relazione quelle presenti con le passate che hanno archiviato nella memoria. Insomma, si vede che siamo arrivati nell'epoca dei computer.

Per i cognitivisti anche il condizionamento classico, alla Pavlov tanto per intenderci, non è un processo passivo in cui uno stimolo, ad esempio la carne, viene associato ad un'altro, ad esempio il campanello, bensì un processo attivo grazie al quale gli organismi apprendono le relazioni che legano certi eventi.

Negli anni il cognitivismo ha guadagnato uno spazio sempre maggiore nel campo della terapia comportamentale. I cognitivisti (con i quali mi scuso per errori ed omissioni dovuti più che altro alla mia ignoranza) cercano di modificare i processi cognitivi con l'intento di modificare non solo il comportamento, ma anche le emozioni (era l'ora che qualcuno si accorgesse che esistono) dei pazienti.

A. Ellis, ad esempio, sostiene che i sentimenti e gli atti disadattivi sono causati da convinzioni irrazionali. Partendo quindi da premesse errate, certe persone pongono a se stesse e magari anche agli altri delle richieste eccessive ed irrealizzabili. Logicamente tutte le volte che le richieste non si realizzano (sono infatti irrealizabili per definizione) la persona sviluppa sentimenti negativi (verso se stessa o verso gli altri).

Spesso questo tipo di processo è evidente nelle persone affette da disturbi del comportamento alimentare come nel caso dell'anoressia o della bulimia, dove il soggetto si pone mete assolutamente irreali e irraggiungibili. Spesso, specialmente nell'anoressia, si incontrano forme assolutamente irragionevoli di perfezionismo; logicamente quando il perfezionista commette l'immancabile errore, questo incide inevitabilmente ed anche esageratamente sulla propria autostima. Per A.Bandura è di fondamentale importanza, tramite la terapia, arrivare ad un incremento dell'autoefficacia, ossia aumentare la propria convinzione di essere capace di raggiungere le mete desiderate.

Tutto quì? No, naturalmente. I filoni culturali delle terapie psicologiche sono pressochè infiniti e non sarei ingrado di descriverli tutti, se non altro per profonda ignoranza. Ho solo cercato a grandi linee di descrivere alcuni dei capisaldi più noti delle terapie psicologiche.

Il problema, a mio parere, è però un altro.

Quando infatti chi studia i comportamenti patologici (ovvero, come abbiamo detto, i modi in cui le persone si fanno male per non sentire male), tanto più se oltre a studiarli asetticamente cerca di dare una mano al nostro per farlo stare meglio, adotta uno di questi paradigmi (o qualcuno di quelli che non abbiamo colpevolmente citato) automaticamente ed inconsiamente --- si, anche gli psicologi sono dotati di inconscio e non lo sanno --- decide a priori quale tipo di dati raccoglierà e, cosa forse anche peggiore, in che modo li interpreterà. Inutile dire che il modo di interpretare i dati determinarà anche l'andamento della terapia. Cosa si potrebbe provare a fare? Per saperlo........

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