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EMOZIONI

TEORIE PERIFERICHE E CENTRALI

a cura del prof. Gabriele Buracchi Nutrizionista e Psicologo

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Basi neurologiche delle emozioni

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Con il termine di "EMOZIONE" ci si riferisce solitamente a sensazioni positive o negative che vengono prodotte da particolari situazioni, come quando si ha paura di fronte ad un pericolo (vero o presunto) o si gioisce per una buona notizia.

Possiamo considerare una emozione formata da tre diverse componenti: comportamento o risposta muscolare, risposta vegetativa, risposta ormonale. Le tre componenti sono tra loro strettamente correlate dato che il comportamento o risposta muscolare, viene facilitato dalla componente vegetativa e questa a sua volta è potenziata dalla risposta ormonale.

Così, ad esempio, se ci troviamo di fronte ad un pericolo improvviso, l’emozione più probabile sarà quella della paura e la risposta comportamentale potrà essere quella di lotta e/o fuga (fight or fly). Sia la lotta che la fuga, comunque, prevedono l’attivazione di specifici muscoli scheletrici (compresi quelli mimici) cosa che richiede un maggior dispendio energetico. A questo provvede il SNA con un aumento dell’attività simpatica ed una riduzione di quella parasimpatica.

Questo significa una accelerazione del battito cardiaco, un aumento della pressione arteriosa, della ventilazione polmonare, una mobilitazione delle riserve energetiche, che si risolvono in un maggior apporto di ossigeno e glucosio ai muscoli interessati, ed una contemporanea riduzione delle attività non strettamente indispensabili come quella digestiva o sessuale.

La componente ormonale, che nel nostro caso può essere esemplificata nella produzione di adrenalina- noradrenalina da parte della midollare della surrenale, aumenta ulteriormente l’afflusso di sangue ai muscoli, stimolando al contempo la mobilizzazione delle riserve energetiche. Almeno alcune delle reazioni fisiologiche che si accompagnano alle emozioni, possono venire colte da altri individui, come ad esempio un improvviso rossore o una particolare espressione del viso, finendo col divenire una forma di comunicazione, spesso involontaria.

La comunicazione, in biologia, è quell’azione compiuta da un organismo che altera la distribuzione di probabilità del comportamento di un altro organismo in modo adattivo per l’uno o per l’altro o per entrambi i partecipanti. La comunicazione non è né il segnale in sé né la risposta, bensì la relazione esistente tra l’uno e l’altra.

Gli animali (e quindi anche l’uomo) emettono un gran numero di segnali che hanno il significato di atti comunicativi. A volte questi atti comunicativi avvengono in maniera volontaria e cosciente come nel caso di una frase o di un gesto rivolti ad un altro soggetto, a volte avvengono all’insaputa o contro la volontà dell’emittente, come quando si arrossisce di vergogna, situazione in cui il ricevente, se presta attenzione, è in grado di “ricevere il messaggio”, ma altre volte certi atti comunicativi non vengono normalmente colti se non da riceventi particolarmente allenati.

In queste pagine ci occupiamo prevalentemente di queste due ultime situazioni.

Evoluzione storica delle teorie centrali e periferiche.


La prima teoria fisiologica sulle emozioni fu quella di W. James, uno psicologo americano (1884), detta anche teoria periferica. Più o meno contemporaneamente, anche se separatamente, una teoria analoga venne proposta da un fisiologo danese, C. Lange (1887). In sintesi, secondo la teoria di James-Lange, un avvenimento rilevante da un punto di vista emotivo provoca direttamente una attivazione fisiologica o “arousal” a livello periferico, che si manifesta con una serie di reazioni periferiche quali tremore, sudorazione, aumento del battito cardiaco, contrazione della muscolatura liscia viscerale ma anche contrazioni muscolari in varie parti del corpo, come ad esempio, lo stringere i pugni o le modifiche dell’espressione facciale indotte dai muscoli mimici. L’individuo percepisce questa attivazione periferica (feedback) e questo dà luogo all’emozione.

Se così il cervello percepisce tremore della muscolatura volontaria e senso di inquietudine,questo viene identificato con l’emozione detta paura. Questo punto di vista fu criticato dal fisiologo W. Cannon (1927) che obiettava come il feedback sensoriale proveniente dagli organi non fosse sufficiente a rendere conto delle nostre sensazioni emotive, anche perché esperimenti di resezione dei nervi che convogliano informazioni dei visceri verso il cervello non alteravano il comportamento emozionale.

Questo portò Cannon ad opporre alla teoria periferica una teoria detta centrale. Secondo Cannon (1927) i centri di attivazione controllo e regolazione delle emozioni sono localizzati nella regione talamica. Sarebbero quindi questi segnali nervosi provenienti dal talamo a provocare l’attivazione .

Successivamente Shachter e Singer (1962) cercarono di conciliare, con il loro modello cognitivo-attivazionale, il punto di vista di James che sosteneva l’importanza dell’attivazione fisiologica nella generazione delle emozioni con quella di Cannon che invece sosteneva il carattere indifferenziato. Secondo questi autori, affinché si verifichi una emozione, sono necessari sia l’attivazione fisiologica (arousal), che viene considerata come indifferenziata, sia la cognizione che è invece dipendente dalla situazione specifica e che, rendendo differenti le varie esperienze emozionali permette di dar loro un nome (paura, rabbia, disgusto etc.).

Ma è proprio vero che le varie emozioni sono indifferenziate da un punto di vista fisiologico? Sebbene non sia semplice differenziare le emozioni in modo sicuro, anche per il ruolo giocato dalla soggettività, ci sono sufficienti evidenze per differenziare paura e rabbia (Ax,1953) e per distinguere le emozioni positive da quelle negative Secondo Ekman, Levenson e Friesen (1983), una bassa frequenza cardiaca contraddistingue felicità, sorpresa e disgusto mentre si riscontra una più elevata frequenza cardiaca nella collera, nella paura e nella tristezza.

Secondo l’odierno orientamento cognitivo-comportamentale, le emozioni e quindi le reazioni e modifiche fisiologiche ad esse legate, sono innescate da una valutazione cognitiva. Secondo M.Arnold (1960) alla base del comportamento emozionale c’è l’appraisal, fenomeno conseguente alla percezione e consistente in una valutazione automatica (generalmente involontaria almeno in un primo tempo) sulla presenza o assenza di un determinato oggetto/fenomeno e sulla sua positività/negatività. La conseguenza dell’appraisal è la tendenza a fare qualcosa, che viene vissuta come emozione.

Le emozioni sono quindi fenomeni adattivi con l’importante funzione di regolare l’attenzione. Altra importante funzione che le emozioni svolgono è quella motivazionale, dato che attraverso le attività fisiologiche conseguenti, l’individuo si prepara ad affrontare l’evento scatenante. Sembra quindi assodato, alla luce degli studi e delle ricerche successive, che il punto di vista di Cannon e quindi la teoria centrale sia quella oggi prevalente.

Nonostante questo, però, esistono alcuni interessanti studi che si sono occupati del feedback da emozioni simulate.
E’ esperienza comune che tutte le persone sono in grado di simulare, particolarmente tramite i muscoli facciali (mimici o pellicciai), le principali emozioni.

Diversi esperimenti hanno dimostrato che la contrazione volontaria dei muscoli facciali mirata ad assumere l’espressione propria di una delle emozioni, se protratta sufficientemente a lungo, è in grado di influenzare l’umore ed anche di modificare l’attività del SNA. Ekman e coll. (1983), facendo contrarre ai soggetti i vari muscoli facciali in modo da simulare le sei emozioni fondamentali (paura, rabbia, tristezza, felicità, sorpresa e disgusto), pur senza rivelare loro di quale emozione si trattasse, hanno verificato, monitorandole, alterazioni delle risposte fisiologiche controllate dal SNA, ma anche risposte soggettive coerenti con le emozioni evocate.

Zajonc (1994) ha dimostrato che è possibile influenzare gli stati emotivi modificando la temperatura dell’ipotalamo con l’azione dei muscoli facciali e con la respirazione nasale. Determinati modi di respirazione, infatti tendono a raffreddare la regione talamica con la conseguenza di mantenere stati emotivi positivi, di benessere. Questo pare essere in accordo con quanto da secoli praticato dallo yoga, dalla meditazione trascendentale o dal training autogeno.


Resta comunque poco chiaro come l’assumere una particolare configurazione dei muscoli facciali possa arrivare a provocare cambiamenti dell’umore ed addirittura del SNA. L’ipotesi è che l’esperienza permetta di associare l’esecuzione di particolari espressioni facciali a corrispondenti modifiche del SNA, riconducendo il tutto ad una forma di condizionamento classico.
D’altra parte già Darwin, ne “L’Espressione delle emozioni nell’uomo e negli animali” esponendo il Principio delle abitudini associate utili, dice:

“ …….ogni volta che si riproduce lo stesso stato d’animo, anche se appena accennato, c’è la tendenza- in forza dell’abitudine o per associazione- a ripetere quegli stessi movimenti……”.

Il coping.

R.Lazarus (1966), ha parlato di coping (fronteggiamento) a proposito delle strategie adottate per affrontare le situazioni emotive. Quando infatti una persona si trova di fronte ad un problema che ha suscitato una risposta emotiva, può reagire in vari modi. Uno di questi è cercare di affrontarlo utilizzando una strategia focalizzata sul problema stesso, direttamente, con le risorse di cui la persona dispone. Se questo non è possibile la persona può adottare una strategia centrata sull’emozione, tendente quindi a controllare gli effetti negativi di una risposta emotiva troppo forte.

Esistono ovviamente vari gradi intermedi tra questi due estremi. Nel complesso Lazarus e Folkman (1984) ne hanno distinti otto.

  1. Accettare il confronto
  2. Prendere le distanze
  3. Autocontrollarsi
  4. Cercare il sostegno sociale
  5. Accettare la responsabilità
  6. Fuggire ed evitare
  7. Pianificare la soluzione
  8. Rivalutarsi positivamente

 

Quando l’individuo apprende una risposta di coping, ovvero una risposta che mette fine, evita o comunque minimizza lo stimolo nocivo, non si presentano più o si riducono fortemente le risposte emozionali.
Collegato alle regole di esibizione è l’”emotion work”di Hochschild (1983) che indica le strategie con cui gli individui cercano di assumere l’atteggiamento emotivo adeguato alle varie situazioni sociali o alle aspettative. L’emotion work non riguarda solo il controllo dell’espressione delle emozioni ma anche l’esperienza interna all’individuo delle emozioni stesse.

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