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EMOZIONI

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a cura del prof. Gabriele Buracchi Nutrizionista e Psicologo

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Come abbiamo visto nelle pagine precedenti, sia gli studi di tipo interculturale che le ricerche sui bambini ciechi confermano l’origine innata di queste espressioni.
Proprio per il carattere innato dell’ espressione delle emozioni e per la conseguente facilità con cui gli altri possono percepirle e decodificarle, è pratica comune tentare di nascondere i propri sentimenti, cercando di apparire  impassibili o dando luogo ad espressioni facciali non congruenti con l’emozione provata.

In realtà non è facile produrre un’espressione facciale realistica quando non coincide con lo stato d’animo realmente provato. Gli studi di Ekman e Davidson hanno confermato le osservazione di un neurologo del 19° secolo Guillaume-Benjamin Duchenne de Boulogne, secondo il quale i sorrisi genuinamente allegri comportano la contrazione della porzione laterale del muscolo orbicolare dell’occhio, a differenza di quanto avviene nei sorrisi simulati o comunque nei sorrisi di convenienza, come avviene nei saluti tra le persone.

Nel sorriso entra ovviamente in azione anche il muscolo zigomatico  detto muscolo del riso. Secondo Duchenne, però, mentre il muscolo zigomatico obbedisce strettamente alla volontà, l’orbicolare degli occhi “…. è chiamato in gioco soltanto dalle dolci emozioni dell’anima; la ….. falsa gioia, la risata ingannevole non possono provocare la contrazione di quest’ultimo muscolo”.
Non è quindi solitamente possibile riprodurre volontariamente e perfettamente una emozione in assenza dell’emozione stessa, come si evince anche da due disturbi neurologici: la paresi dei movimenti facciali  volontari e la paresi dei movimenti facciali spontanei.

La paresi dei movimenti facciali volontari ( Hopf e coll.. 1992; Topper e coll. 1995; Urban e coll. 1998) è dovuta a lesioni della corteccia motoria primaria che riguardano le fibre che connettono questa regione con il nucleo motore del nervo facciale (VII). In questa paresi il paziente non è in grado di muovere volontariamente i muscoli facciali e quindi non è in grado di simulare volontariamente una emozione, anche se non ha difficoltà di esprimere una emozione reale con quegli stessi muscoli. Al contrario, nella paresi dei movimenti facciali spontanei, causata da lesioni della regione insulare  della corteccia prefrontale, della sostanza bianca del lobo frontale o di alcune parti del talamo. Le persone affette da questo disturbo sono in grado di muovere volontariamente i muscoli del viso ma non riescono ad esprimere le emozioni reali nella metà colpita della faccia

Questi due tipi diversi di paresi mostrano che esistono meccanismi cerebrali diversi che coinvolgono gli stessi muscoli a seconda che si tratti di movimenti volontari, come avviene nel caso di emozioni simulate, o espressione spontanea e quindi involontaria delle emozioni.
Quando si verifica questa scissione tra i nostri pensieri e la nostra espressione, il nostro corpo finisce con il trasmettere segnali contraddittori, dato che altre parti del corpo sono meno facilmente controllabili o, per meglio dire, falsificabili.
Così se una persona sorride amichevolmente e contemporaneamente stringe i pugni, è come se il suo viso dicesse”sono felice” mentre le sue mani dicono “ sono arrabbiato”. Quale di queste due azioni è quella vera?

Secondo Desmond Morris (1981) dovremo dare credito ai pugni stretti piuttosto che al viso sorridente, perché i segnali di gambe e piedi sono meno facilmente falsificabili. Morris ha stabilito una scala di credibilità in ordine decrescente dei vari tipi di azione che per quanto semplice è comunque di aiuto.

  1. Segnali automatici sotto il controllo del Sistema Nervoso Autonomo (SNA), come impallidire, arrossire, sudare.
  2. Movimenti di gambe e piedi
  3. Segnali del tronco
  4. Gesticolazioni delle mani non identificate
  5. Gesticolazioni delle mani identificate
  6. Espressioni facciali.

1) I segnali automatici.
Si tratta dei segnali più sicuri perché è praticamente impossibile imparare a controllarli. Si tratta di segnali automatici dovuti a modifiche fisiologiche per lo più legate all’azione del SNA. Proprio perché non simulabili, sono i segni più utili per distinguere elementi veri da quelli falsi, anche se si verificano di solito solo negli stadi più intensi delle emozioni.

2) I movimenti di gambe e piedi.
Sono le parti del corpo che sfuggono più facilmente al controllo volontario, proprio perché nelle più comuni interazioni sociali l’attenzione si concentra sulle espressioni facciali. Si può anzi dire che tanto più una parte del corpo è lontana dal viso tanto meno le viene attribuita importanza. Azioni rivelatrici sono:

inquieti spostamenti delle gambe e calci all’ aria dei piedi, indice di un impulso inibito di fuga in persone che sembrerebbero contente di restare dove sono; posture rigide e forzate delle gambe che contraddicono i gesti amichevoli delle mani, l’incrociarsi delle gambe, con le sue molte varianti: incrociate all’altezza delle ginocchia, accavallate con una caviglia appoggiata sulla coscia, incrociate a livello delle caviglie.

Queste varianti hanno in comune un atteggiamento di chiusura nei confronti del mondo.

3) I segnali del tronco.
La posizione del tronco è un’eccellente guida per determinare il vero stato d’animo del soggetto nelle più comuni relazioni sociali.
La postura, infatti, riflette il tono muscolare di tutto l’organismo; così sarà difficile per un uomo eccitato assumere con il tronco una posizione abbandonata, mentre un interlocutore annoiato, per quanto si sforzi, non riuscirà a mantenere una postura di vigilanza. Anche se sorriderà, aggrotterà le sopracciglia, o annu­irà o perfino assentirà, i segnali trasmessi dal suo tronco sono in grado di tradirlo.
Anche se in genere siamo sufficientemente in grado di controllare coscientemente la nostra postura per mantenere una posa vigile, il controllo che l’interlocutore può esercitare comincia ad allentarsi quasi impercettibilmente e il corpo scivola nella postura di abbandono tipica della persona annoiata.
Il soggetto può ad un certo punto accorgersi di ciò che sta succedendo e risollevarsi con uno scatto. Se riesce a simulare bene, riuscirà a far passare questa correzione posturale come parte di un segnale affermativo, magari annuendo mentre si risolleva. Se l’atto di risollevarsi, però, manca di finezza, chi parla coglierà il segnale sentendosi a disagio e, pur senza sapere perché, borbotterà un “. Ma io sto davvero parlando troppo”.

4) I gesti delle mani non identificati.
Sebbene siano un poco più controllabili delle gambe, dei piedi e del tronco, neppure le mani lo sono perfettamente. Anche se sono in vista più spesso di altre parti del corpo e possiamo vederle muoversi davanti a noi mentre parliamo, solitamente non ci concentriamo sui loro movimenti, di cui siamo, quindi, semiconsapevoli. D’altra parte, molte azioni manuali sono solo vaghe e indefinite spinte cui non è stato imposto alcun nome e sono, quindi, gli elementi meno controllabili. Se ad esempio osserviamo un uomo politico che sferra vigorosi pugni sul tavolo mentre sostiene la necessità della pace, osserviamo evidentemente un segnale contraddittorio; sarà in questo caso opportuno credere alle mani e diffidare delle parole.

5) I gesti delle mani identificati
Diversamente dalle comuni gesticolazioni di cui abbiamo solo vaga coscienza, alcune azioni manuali sono gesti decisi ed eseguiti volontariamente.
Proprio perché azioni deliberate, quando appaiono in un segnale contraddittorio, non danno garanzia di essere vere e sono altrettanto sospettabili delle espressioni facciali.

6) Le espressioni facciali
Mentire con le espressioni facciali non è difficile, perché ciò che avviene sul nostro volto è quasi del tutto presente alla coscienza. Quasi, ma non del tutto.
Possiamo facilmente falsificare voce, risata, broncio. Un esempio tipico può essere il sorriso di cortesia che conferisce al viso una espressione fissa, quasi prefabbricata e che non corrisponde allo stato d’animo reale.
Ci sono, però, altre espressioni facciali che sono diventate unità di comportamento, molto più difficili da falsificare. Con le sue centinaia di tensioni e rilassamenti - una maggior tensione sulla pelle della fronte, un piccolo movimento in dentro delle labbra, un lieve restringimento degli occhi - il volto può esprimere un cambiamento di umore senza quasi cambiare radicalmente espressione.
Per esempio, se si sorride quando in realtà si è tristi, il sorriso sarà probabilmente un po’ distorto dagli angoli della bocca che si rifiutano di sollevarsi nella posizione appropriata al resto del volto.

I gesti.

I gesti compiuti quotidianamente, dal più semplice al più complesso, possono essere distinti in gesti primari , cioè quelli attraverso cui si invia volontariamente un segnale, e gesti accidentali che non hanno come scopo primario la comunicazione e che non avvengono fuori dalla nostra coscienza pur potendo essi stessi inviare messaggi. Sono proprio questi gesti accidentali i più interessanti, perché non essendo rivolti a qualcuno non vengono neppure censurati o controllati. Se ad esempio uno studente che ascolta una lezione appoggia le mani sulla testa, questo potrà con buona approssimazione essere interpretato come noia. In questo caso il sostenere la testa con le mani ascoltando una lezione contiene due messaggi: uno meccanico (sostengo la mia testa stanca) ed uno più profondo inviato a compagni e professore (mi sto annoiando).

Logicamente, dato che il gesto non è deliberato, il soggetto non è cosciente di aver trasmesso questo messaggio ed anzi, se venisse interrogato, probabilmente risponderebbe che non si sta annoiando affatto.
Ci sono alcune parti come gambe e braccia che tendono ad essere più rivelatrici di altre, anche se spesso vengono mascherate da sedie e scrivanie. E’ per questo motivo che è d’uso, ad esempio in caso di assunzioni particolarmente importanti, mettere la sedia del candidato in mezzo alla stanza.

I vari gesti che consistono nel portarsi la mano al viso (toccarsi il naso, sfregarsi il mento, far pressione sulle labbra, coprirsi la bocca, grattarsi un sopracciglio, rassettarsi i capelli), sono indice che in quel momento il soggetto sta vivendo una situazione di stress; forse sta dicendo una bugia o più semplicemente sta vivendo una forte tensione che viene scaricata con gesti innocui ma rivelatori.

Da questa fuga di informazioni non verbali si evince quindi un acuto conflitto tra l’interiore e l’esteriore, che genera una discordanza tra pensieri ed azioni, come può accadere quando il soggetto si sforza di apparire calmo mentre in realtà il pensiero “annaspa” per far fronte ad una domanda o comunque ad una situazione difficile.

Secondo Morris (1981), che analizza un esperimento effettuato con alcune allieve infermiere, le chiavi che ci permettono di scoprire o comunque di intuire la situazione di difficoltà in cui si trova una persona sono varie. Il compito delle allieve era quello di descrivere degli interventi chirurgici filmati, cui avevano assistito, mentre venivano riprese a loro insaputa con delle telecamere. Era stato loro detto che si trattava di saper rassicurare eventuali pazienti, sminuendo la gravità dell’intervento, tenendo presente che i malati sono molto sensibili ad ogni segnale di pessimismo e che questa abilità avrebbe influito sulla loro carriera.

 

Contatti tra mani e viso  sono spesso segnali di un conflitto tra ciò che si pensa e ciò che si vuol far credere a chi ci stà davanti

Le allieve migliori a mentire risultarono proprio quelle i cui corpi mentivano meglio anche nei test filmati.

Nonostante questo, anche le migliori non riuscivano ad essere mai perfette e così gli sperimentatori poterono individuare alcuni segnali chiave.

In primo luogo le infermiere tenevano le mani più ferme, riducendo così significativamente tutte quelle azioni manuali che avrebbero normalmente utilizzato per enfatizzare le loro espressioni verbali, come accade quando si dà forza ad una argomentazione o si sottolinea un concetto importante.

Questo avviene semplicemente perché, se siamo minimamente consapevoli che le mani potrebbero tradirci a nostra insaputa, provvediamo a sopprimere questo rischio, anche se questo non è un compito facile. Le mani possono essere nascoste, ad esempio mettendole in tasca, dove magari riescono ancora ad essere attive facendo risuonare qualche monetina o, stringere un palmo contro l’altro, in modo che te mani si trattengono a vicenda. Per l’osservatore esperto, comunque, anche questo “congelamento” delle mani è il segnale che c’e qualcosa che non quadra.

Altra chiave importante è l’aumento dei contatti mano-faccia. E’ vero che ogni tanto tutti si toccano il viso durante una conversazione, ma il numero delle volte che questo avviene, aumenta fortemente quando si tenta di ingannare. Fra gli autocontatti mano-viso più frequenti in queste situazioni di difficoltà, troviamo: sfregarsi il mento, grattarsi un sopracciglio, toccarsi il naso, accomodarsi i capelli, coprirsi la bocca. In particolare, due di queste azioni diventano frquentissime: toccarsi il naso e coprirsi la bocca.

L’atto di coprirsi la bocca e facilmente comprensibile: da essa stanno uscendo parole menzognere e il soggetto inconsciamente alza la mano, quasi per usarla come un bavaglio. Compaiono così le dita a ventaglio sulle labbra, l’indice sul labbro superiore, la mano di fianco alla bocca.

Quanto all’ azione di toccarsi il naso, invece, sembra esserci una duplice spiegazione. Innanzi tutto, la mano che si alza per bloccare la menzogna viene in qualche modo deviata da quella parte del cervello che non può permettere che la copertura funzioni. E il naso è lì, sufficientemente vicino. Si potrebbe scegliere la guancia o il mento, ma il naso, essendo proprio sopra la bocca, si trova, per cosi dire, nella posizione ideale. La mano, infatti, non ha che da allungare di poco il suo movimento e continua cosi a coprire in parte la bocca, pur cercando di camuffare l’azione.

Quando poi arriva il momento della menzogna, si verifica un lieve aumento di tensione che produce piccoli mutamenti fisiologici, alcuni dei quali incidono sulla sensibilità del rivestimento interno della cavità nasale, provocando una lieve sensazione di prurito che a stento arriva alla consapevolezza, ma comunque sufficiente a far si che il naso attiri la mano.
Questa sensazione, quasi impercettibile, non dà propriamente inizio all’ azione, ma contribuisce piuttosto a dirigerla verso quell’organo, dopo che la mano si è mossa per coprire la bocca, e questo gesto, seppur inconsapevol­mente, ha un significato rivelatore.

Esistono poi movimenti che riguardano altre parti del corpo.
Un bambino che si contorce sulla sedia ha evidentemente voglia di scappare; è un po’ come se il suo corpo dicesse:“vorrei essere altrove”. Qualunque genitore identifica a prima vista questo segno di inquietudine. Negli adulti tali contorcimenti sarebbero segni troppo trasparenti di disagio e si trasformano in lievi variazioni della postura. Le riprese video del volto anche di professionisti della finzione, permette di individuare microespressioni non più lunghe di frazioni di secondo, individuabili solo a velocità ridotta, che tradiscono i vari stati d’animo. Nell’esperimento effettuato sulle infermiere, infatti, anche le partecipanti più capaci di mostrare espressioni facciali simili a quelle associa­te alla verità, non erano in grado, se le loro espressioni venivano attentamente analizzate, di evitare di emettere questi microsegnali prodotti dai muscoli mimici.

Va comunque sottolineato come la fuga di informazioni che avviene grazie alla comunicazione non verbale prodotta dal corpo, non è ascrivibile necessariamente alla menzogna ma piuttosto ad un conflitto tra i nostri veri pensieri e ciò che vogliamo appaia all’esterno.
Se quindi toccarsi il naso o la bocca non ci danno la sicurezza che il nostro interlocutore menta, abbiamo comunque la ragionevole certezza che nel suo cervello stia accadendo qualcosa che non vuole comunicarci verbalmente.

Sentimenti ed emozioni non vengono traditi inavvertitamente solo dalle espressioni facciali e dai gesti, dato che anche la nostra postura, cioè il modo in cui atteggiamo abitualmente il corpo, può essere sorgente di importanti messaggi. Non è in realtà molto facile comprendere questi messaggi e non esistono delle regole precise per interpretarli. Secondo gli studi di W.Reich, A.Lowen e di altri autori che sinteticamente raduniamo sotto il nome di “Bioenergetici”, solo se si è in contatto con il proprio corpo e ci si fida dei propri sensi, si può essere in grado di cogliere le informazioni che il corpo di un altro invia, attraverso una sorta di identificazione proiettiva.

Questo significa, in pratica, mimare alcune posture tipiche di un altro per comprenderle dall’interno. Se ad esempio si gonfia il petto trattenendo il respiro, si alzano le spalle e si inarcano le sopracciglia, ci si accorge di aver assunto un’espressione di paura.

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